Il Truman show rappresenta la nostra vita

Il Big Brother orwelliano prende forma

Viviamo perennemente sotto i riflettori, osservati da tutto e da tutti.

Un fantastico Jim Carrey ci porta alla scoperta del nostro io, ponendoci davanti al più grande dubbio dell'umanità: siamo, noi, dotati di libero arbitrio?


Filosofia, religione e spiritualità

Puoi scegliere: la sicurezza di questo set televisivo, o la libertà di un mondo pronto a pugnalarti alle spalle? Si chiude così The Truman Show, con le parole del "creatore", interpretato da Ed Harris, rivolte non solo a Truman Burbank, ma a tutti noi spettatori. Come fosse Dio in persona a parlare, Christof ci chiede di scegliere: preferiamo, dunque, possedere il libero arbitrio, consapevoli dei rischi cui andiamo incontro, magari allontanandoci, per i credenti, dalla luce del bene, oppure vivere una vita che sicuramente ci condurrà alla felicità eterna, che non ci farà mancare nulla, ma completamente falsa? E Truman, sceglie per noi, come noi: a poco serve la felicità, se non sono libero di fare ciò che realmente voglio, di provare l'ebrezza della vita.

Un racconto metafisico, filosofico e religioso, che, comunque lo si interpreti, rimarrà una pietra miliare della cinematografia del ventesimo secolo. Il regista Peter Weir, nominato per la miglior regia agli Oscar del 1999, lancia nel film una critica sferzante alla televisione di quegli anni, periodo in cui nascevano i primi reality show e in cui la pubblicità iniziava ad essere onnipresente su ogni canale e ad ogni orario. Forte è anche la critica ai telespettatori, rappresentati come consapevoli della vita ingannevole in cui sta vivendo il povero Truman, eppure altrettanto ipocriti nel tifarlo durante la "fuga" da quel mondo.

Come una profezia in seguito perfettamente avveratasi, The Truman show rappresenta la moderna condizione di (quasi) ogni uomo nel mondo occidentale: perennemente alla ricerca di notorietà, sotto i riflettori, che siano della televisione o dei social network. E tutti noi siamo al contempo spettatori ignari delle vite di chiunque ci circondi. Peter Weir è bravo nel reinterpretare in chiave originale il famosissimo 1984 di Orwell: un Big Brother costantemente con gli occhi puntati verso di noi, che ci rinchiude in una gabbia impedendoci di uscire, come può essere, ad occhi differenti, l'Eden divino, il velo di Maya o il nichilismo di Nietzsche. La novità e l'enorme spiritualità nel film sta tutta nei minuti finali: il protagonista sfida la propria paura più grande (idrofobia) per raggiungere "la verità" (la conoscenza, la libertà), fino ad avere l'opportunità di parlare direttamente col "creatore", in seguito ad un terribile travaglio fisico e psicologico, e decidere cosa farne della propria vita, abbandonando per sempre quel falso mondo.

 

The Truman Show

Tutto è simbolico

Le riprese sono durate cinque mesi con un budget di 60 milioni di dollari e al box office ha incassato 240 milioni in giro per il mondo, di cui circa metà al di fuori degli Stati Uniti.

Le importanti riflessioni filosofiche, una colonna sonora da brividi (firmata Philip Glass e vincitrice di numerosi premi), le interpretazioni magistrali di Jim Carrey ed Ed Harris e l'attenzione ai particolari rendono The Truman show un film da vedere assolutamente almeno una volta nella vita. Il giovane protagonista ha visto consacrata la propria carriera proprio grazie a questa pellicola, la prima in cui non ha interpretato un ruolo comico da film demenziale.

Anche i nomi dei personaggi e dei luoghi svolgono un ruolo fondamentale nell'interpretazione dell'opera: il nome Truman richiama palesemente le parole "True" e "Man", indicando che Truman è l'unica persona vera dell'intero show; i nomi degli amici, Meryl e Marlon, così come tutti i nomi delle vie e delle piazze, sono nomi di attori hollywoodiani, ad indicare il loro ruolo di semplici complici dello show; il nome Christof è un'evidente allusione alla figura di Cristo (Christ), interpretabile anche come "assenza di Cristo" (Christ-off) per indicare la figura maligna e burattinaia; il nome della barca con cui Truman cerca di fuggire dalla città si chiama Santa Maria, come una delle caravelle di Cristoforo Colombo, ad indicare la voglia di scoprire l'ignoto affrontando le proprie paure e abbandonando le proprie certezze; infine, il nome della citta, Seahaven, significa letteralmente "rifugio di mare", "porto sicuro", indicando un luogo il più rassicurante possibile, e foneticamente richiama molto la parola "heaven" (paradiso), ad indicare un luogo ameno ed idilliaco.

Un film per chi non ha paura di interrogare se stesso.

 




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